Il morto tarda ad arrivare

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Tutto avrei pensato tranne di essere sulla bocca di tutti una volta morto. Sono deceduto due giorni fa e, per quanto mi riguarda, va bene così. Certo, non potevo oppormi, sono quelle scelte obbligate e, a pensarci bene, forse è l’unica di cui non abbiamo alternativa. Dispiace di più vedere il dolore degli altri che il proprio perché poi, in realtà, quando si è nell’aldilà, i problemi sono rimasti alle spalle, è chi rimane che se li accolla tutti sul groppone.

 

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Vedere la mia famiglia piangere è stato straziante, mi sono sentito quasi colpevole per aver recato loro questo dispiacere ma, come dicevo prima, sono mali che inesorabilmente arrivano, prima o poi. La parte peggiore é venuta dopo, quando la bara è stata chiusa, quando, sebbene senza vita, i cari si rendono conto che non mi vedranno più. In chiesa è stato un supplizio. Il parroco ha narrato le mie bontà e di quanto fossi una brava persona, cose che non ho mai visto nemmeno io. Forse non le hanno viste nemmeno gli altri ma, come si dice, se vuoi che parlino bene di te, muori. Così ho fatto. Un brav’uomo, una persona buona, una persona che mancherà.

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Certo, mancherò ma la vita va avanti e non voglio nemmeno colpevolizzare se, mese dopo mese, i fiori marciranno nel vaso e nessuno verrà più a cambiarli, finché non verrà presa la decisione di metterli finti, così da non avere incombenze di carattere estetico e morale. Può essere invece che i fiori saranno sempre freschi, profumati. Magari si recheranno a piangere sulla mia tomba, recitare un Padre Nostro e anche a lasciarmi un bacio sulla foto, vicino al lumino. Quel che non pensavo, invece, era di dover tardare alla mia sepoltura. Si, proprio io, il protagonista della giornata, il re del funerale. Senza di me, non ci sarebbe nemmeno stato, quindi, per una volta, sono stato davvero io, quello sotto i riflettori. Ho visto la mia bara uscire dalla chiesa, il cordoglio di persone tristi, l’incenso che sfiorava le mie spoglie, fazzoletti umidi.

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Fa sempre un certo che vedere il carro funebre, figuratevi se il funerale è il vostro. Insomma, mancava solo l’estremo saluto e poi ognuno a casa propria, figli amici vicini di casa e gente di quartiere curiosa. Siamo partiti per raggiungere il luogo del mio riposo eterno quando, lungo il tragitto, il veicolo è stato fermato. Subito ho pensato ad un guasto, che so, una gomma bucata oppure problemi ai freni. Sinceramente non m’interessava più di tanto, morto son morto, non avevo di certo fretta. Si è trattato invece di un fermo da parte della polizia municipale perché, pare, l’assicurazione del veicolo non è stata pagata. Sequestrato il veicolo, io – anzi, quel che resta di me – son rimasto all’interno del carro funebre finché non sono stati regolarizzati i documenti. Insomma, ho fatto una deviazione di qualche ora, rimanendo parcheggiato per ore. Sinceramente mi son anche divertito, a chi mai era successa una cosa simile?

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Certo, se fossi stato io ad assistere non so come l’avrei presa, si tratta di un momento di commozione e i sentimenti non sono quelli giusti per farsi una risata. Dopo qualche ora mi hanno finalmente adagiato nel posto a me designato. Non ho potuto lamentarmi ma, se fossi stato vivo, una bella raccomandata all’agenzia di onoranze funebri l’avrei mandata. Non è stato un servizio impeccabile, di questo siamo tutti certi.

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Solo che, appunto, son morto e non posso dir nulla. Pace all’anima mia, e pace anche a chi è rimasto. Alla fine, si arriva sempre alla fine della corsa, non importa in quanto tempo e come.

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pancia mia, fatti capanna!

 

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Saper cucinare è una bella cosa.

Saper cucinare bene è un’arte.

C’è chi si specializza nei primi piatti, chi adora cucinare i secondi.

Chi invece adora fare dolci.

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Dimenticate “My Cake Design”, “ il boss delle torte” e anche Bake off”, perchè oggi vi parlo di altri artisti. Oggi vi parlo di chi, al posto di torte a forma di orsacchiotto o di barca a vela, fa torte davvero speciali.

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Vi sto parlando di una donna che si chiama Katherine Dey, di professione fa l’infermiera, ma quando esce dall’ospedale, si diletta a preparare dolci.

No, non parlo di crostate o di sacher.

Parlo di torte particolari.

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Bambini.

Neonati.

Ragni.

Serpenti.

Molto, molto reali.

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Si lo so, anch’io ho pensato che forse a forma di minion è meno difficile da masticare, eppure ha un successo strepitoso.

Insomma, è solo la forma che fa la differenza.

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Il gusto, le creme, la consistenza sono gli stessi di un dolce qualsiasi.

Eppure c’è quel qualcosa in più.

Molti la reputano un’arte inquietante e orribile. Eppure lei lo fa davvero con tanto, tanto amore.

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Ha iniziato per errore.

Quella torta le riuscì davvero male, sembrava un tronco d’albero ricoperto di funghi.

Invece di disperare, l’ha guardata per un pò, rimanendo in silenzio.

Da quel silenzio uscì la sua idea: creare dolci mostruosi.

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Katherine si è specializzata ed ogni volta ne crea una sempre più raccapricciante.

Animali, ritratti di persone decedute, parti anatomiche decomposte.

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Insomma, la sua arte, ha avuto una vera e propria evoluzione.

Personalmente non so se riuscirei a mangiarle.

Ad Halloween ho preparato le dita di formaggio e una mano di carne macinata e devo dire che ho guardato un pò perplessa le dita prima di tagliarle e ingurgitare.

Che io abbia il gusto dell’orrido è risaputo, ma a volte anche la sottoscritta prova un pò di sensibilità.

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Beh, che dire, non posso che augurare a Katherine di continuare in questa sua espressione d’arte e di riempire lo stomaco a molte persone con i suoi particolarissimi dolci.

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Ps. chi vuole un pezzo di torta?

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toglietemi tutto, ma non il mio cellulare!

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Che fosse diventato un problema lo sapevo già. Mi ci metto in mezzo pure io, con la mia dipendenza da cellulare. Se la batteria del mio smartphone ha meno del 40% e non ho una presa a muro, inizio ad agitarmi. Ho comprato anche una batteria esterna, di quelle che ti ricaricano il cellulare fino a tre volte.

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Vengo spesso ripresa per questa mia dipendenza, ma leggendo cosa succede in giro per il mondo, un pò mi consolo.
Narrano di gente che muore perchè viene investita in strada per colpa dell’attraversamento pedonale senza controllare se arrivano bus. Ragazzi giapponesi finiti risucchiati dal fiume perchè caduti dentro mentre spedivano mail.

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Addirittura in Inghilterra hanno imbottito i lampioni con la gommapiuma per evitare trauma cranico e lesioni.
Li chiamano Smombie, gli zombie con lo smartphone.
C’è gente che si porta il cellulare in bagno (presente!), gente che risponde ai messaggi anche da sotto la doccia, gente che durante i funerali non resistono e si fanno foto con il trapassato.

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Poi ci sono loro, quelli che, mentre fanno sesso, non resistono e controllano il proprio profilo facebook.
Io non sono a questo livello, ve lo può confermare il mio uomo (anche perchè diventerebbe ex fidanzato).
Eppure c’è chi si sveglia di notte per controllare le mail, i like su instagram, le offerte di groupon, le aste su ebay.

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Hanno chiesto a queste persone il perchè di tale bulimia e la maggior parte ha risposto che lo fa per guadagnare tempo – anche se non riesco a capire bene poi cosa faranno di quel tempo guadagnato.
Il rischio è quello di morire, ma anche quello di non vivere mai il presente.

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In America sono molto più crudeli: chi viene sorpreso a camminare con il cellulare in mano mentre passeggia sulla strada, riceve una multa di ottanta dollari.
Siamo diventati degli automi che non provano sensazioni reali per ciò che ci circonda.
Viviamo di gioia surrogata e proiettata in un altro posto e in un’altra dimensione.
La scorsa settimana mi trovavo a Bologna con le amiche.

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La bellezza di Piazza Grande mi colpisce sempre, sebbene l’abbia vista e rivista dozzine di volte.
Annusavo l’aria frizzante, osservavo famelica le espressioni dei visi, i vestiti che le persone indossavano.
M’immaginavo le loro vite, cosa traspariva della loro vita da come si muovevano.
Devo ammettere che ne ho incontrati parecchi di questi zombie.
Una ragazza adirittura mi stava investendo in pieno mentre digitava chissà che cosa nel suo mondo magico oltre lo schermo.
Siamo sicuri che questa sia un’evoluzione? Oppure siamo frutto di un’involuzione che ci farà implodere in una solitudine viscerale?

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No, stavolta il disagio che descrivo non è ironico. Non è nemmeno grottesco.
Il disagio di oggi è frutto di una solitudine che ci siamo creati e, volenti o nolenti, siamo vittime di noi stessi.
La cosa positiva è che se hai un pò d’insalata tra i denti oppure una macchina sui pantaloni nessuno se ne accorgerà.
Sto scrivendo questo pezzo con un pò di amarezza, perchè mi rendo conto di quanto piccola sia anch’io e di quanti pochi libri io stia leggendo perchè i miei piccoli spazi li dedico a questo maledetto telefonino da mille euro.

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Credo che un giorno tutto questo lascerà di nuovo spazio alle ballate sotto le luci della notte, che presto torneremo a voler annusare i profumi del bosco e che, ancor più presto, smetteremo di fare la guerra sui social per far vedere che belli e bravi siamo e torneremo ad abbracciarci con autenticità.
L’uomo è così.
Come lo chiamava Battiato: l’uomo è l’animale più domestico e più stupido che c’è.
Come dargli torto?
Ora scusatemi, concludo qui perchè mi stanno arrivando messaggi su facebook e devo vedere chi mi sta cercando e cosa sta accadendo nel mondo virtuale.

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l’arte del pene

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Di nome faccio Elena Panciera e non Soraya Dollbaz.
Purtoppo.
O per fortuna.

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Sapete, vado orgogliosa di essere me stessa e non ho mai voluto essere nessun altro (tranne forse Angela Lansbury, lei si che è conosciuta in tutto il mondo!).
Ho il desiderio di fare grandi cose, certo, e mi sto impegnando per riuscire a raggiungere i miei sogni, ma quando ho visto Soraya Dollbaz mi sono fermata ed ho pensato.
Nella vita basta un’idea giusta e fai il salto.
Basta un progetto diverso – a volte discutibile – e puff, diventi una persona vincente.
C’è chi ha fatto fortuna scrivendo una canzone di Natale, chi si è rifatto le tette in misure improponibili, chi si è inventato l’arte del tessere con la vagina, chi scrive bigliettini romantici, chi cucina a domicilio, chi ha inventato i microcip per i cani.
Poi c’è lei, Soraya Dollbaz.
La donna che fotografa peni.

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No, attenzione, non generalizziamo.
So che esistono i film porno da parecchi decenni ma lei, beh, lei è qualcosa di diverso.
Lei veste i membri.
Giacche Chanel, baschi in testa, sciarpine, collane e occhiali.
Insomma, prende un pene, gli appiccica i baffetti e scatta le foto.
Arte.
Idea geniale.
Migliaia di consensi.
Un pò l’ho invidiata, lo ammetto.
Ha avuto un’idea bruciando sul tempo gli altri. Si perchè prima o poi qualcun altro ci sarebbe arrivato.

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Ricordo che da piccola mio padre mi fece vergognare davanti a tutti i parenti perchè a otto anni ho sprecato un rullino da 36 per fotografarmi i piedi. Quanta cattiveria! Se fosse qui gli farei vedere le foto di Soraya.
Chissà cosa pensa il padre di Soraya, invece.
Sarebbe bello chiederlo, no?
Vabbè.
Titolo: le cose che fa il miopisello.
La preparazione dello scatto è spiegata così.
Lei invita il modello e la fidanzata, lascia il tempo alla partner di “aiutare” il compagno ad eccitarsi, viene poi vestito il membro e  via di flash.

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Bello eh?
Chissà quanti di voi si offrirebbero volontari in questa pura forma d’arte.
Il problema è l’intimità, dice la fotografa.
Se la coppia è affiatata tutto viene più semplice.
Insomma, potremmo chiamarla seduta psicoligica più che shooting fotografico!
Non è facile, la vita di Soraya.
Spesso riceve minacce, mail piene di odio.

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Perchè mai poverina? Lei fa solo il suo lavoro!
Ammetto che ho cercato tra tutte le sue interviste la risposta alla fatidica domanda ma non l’ho trovata.
Perchè lo fa?
Niente, non c’è la domanda e nemmeno la risposta.

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Già.
Perchè lo fa?
Me lo sto chiedendo da qualche giorno.
Io credo che lei risponderebbe che è la sua massima espressione artistica.
La mia domanda invece è un’altra.
Cosa penserebbe Helmut Newton di queste foto artistiche?
Chissà…

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peli sulle unghie

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Pensavo di averle viste tutte e invece mi sbagliavo.
Sono una persona molto curiosa e guardo spesso le novità con grande interesse.
Proprio come sto osservando questa.
Direttamente dalle sfilate di New York, eccole qui, loro, le richiestissime, le famosissime, le bellissime unghie rifatte, chiamate nails art. Effettivamente è una vera e propria arte, nel senso che chi è bravo a ricostruirle è un vero artista. La linea sottile che separa la bellezza dalla ridicolaggine però è sempre molto sottile.
Sta a voi, leggendo qui, pensare in quale dei due possiamo inserire quelle che sto per descrivervi.
New York.
Tempo di sfilate.
Tempo di novità.
Tempo di stupire e di stupirsi.

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Nell’attenzione dei piccoli dettagli, proprio non ci siamo fatti mancare nulla.
Ed è così che sono nate le fur nails, ovvero le unghie con il pelo finto attaccato.
Pelo ecologico, si tende a precisare in passerella.
Pelo appiccicato di una lunghezza di circa un centimetro che varia dal mattone a quelli fluorescenti.
A guardarle mi viene una serie di domande che mi piacerebbe porre allo stilista in questione ma temo che non avrà ne il tempo ne la benchè minima idea di chi possa essere io.
Perchè dovrei attaccami i peli sulle dita quando soffro come un cane a farmeli sradicare dall’estetista in tutti gli altri posti del mio corpo?

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Eh si, perchè spendo centinaia di euro l’anno per farmi colare la cera calda sull’inguine e sulle gambe, perchè dovrei invece spenderne per attaccarli proprio li, visibili a tutti? Non è che poi quel pelo sia lo stesso che viene esportato da altre parti non visibili?
Sinceramente non la trovo una grande genialata. Forse le modelle non avranno i problemi logistici che abbiamo noi esseri umani normali, ma provo a far entrare nel mio quotidiano questi peluche.

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Mi alzo alle sette ogni mattina, mi faccio una doccia, esco e mi asciugo.
Poi mi passo il phon tra i capelli e la piastra per renderli lisci.
Ecco il mio primo disagio.
Le mani con il pelo, dopo essere state esposte alle intemperie del box doccia, saranno di mezzo chilo più pesanti. Devo strofinarle con l’asciugamano e dargli una passata di aria calda, presumo.

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Oppure le strofino e le lascio la, umide, ad asciugarsi da sole.
Mi preparo la colazione, mi siedo a tavola e mi bevo la mia solita tazza di latte con i biscotti.
Ecco che arriva il secondo disagio: nel latte non inzuppo solo i biscotti ma anche il pelo finto che dovrò successivamente lavare di nuovo e asciugare con il phon.
Già che sono in bagno, m’infilo le lenti a contatto.
E niente, non capisco dove finisce la lente e dove inizia il pelo ma probabilmente è perchè si sono uniti inesorabilmente.
Con pelo nella pupilla e in bocca cerco di guardare l’ora.
Cavolo ho perso un mucchio di tempo!
Vabbè, domani mattina mi alzerò mezz’ora prima.

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Porto il cane a fare i propri bisogni giù ai giardinetti.
Lo guardo con amore mentre si accuccia e defeca.
Mi guardo attorno, cerco con gli occhi il cestino più vicino e con agilità raccolgo la cacca del mio fantastico amico a quattro zampe.
Controllo le unghie.
Porca miseria, e se si fossero sporcate?
Niente, torno su, mi lavo le mani e asciugo il pelo delle unghie.
Salgo in macchina e mi accendo una sigaretta.
Cazzo, sta prendendo fuoco anche il pelo!

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Per fortuna in macchina ho una bottiglietta d’acqua e spengo l’incendio prima che si divampi per tutto l’abitacolo.
Fa niente se ho le unghie pelose bagnate, sto facendo tardi, accendo l’aria calda della macchina e ci avvicino i miei arti – prima uno poi l’altro altrimenti rischio di centrare un platano strada facendo.
Squilla il telefono.
Lo so non si guarda il telefono mentre si guida, è una cosa che si fa e non si dice.
Prendo in mano il mio iphone e cerco di premere il tasto rispondi ma, tra un grumo di pelo e l’altro, combino un casino e bagno lo schermo con le gocce residue dell’acqua precedentemente versata.
Finalmente arrivo in ufficio, parcheggio e infilo la chiave nella porta.
Nella stoppa entra chiave e pelo insieme.
Impreco.

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Eh si, li inizio ad imprecare.
Potrei andare avanti fino a quando mi corico a letto, anzi, a poco prima, quando mi tolgo il trucco con lo struccante e mi spalmo la crema antirughe sul viso.
Potrei anche parlarvi del momento in cui faccio pipì e mi pulisco ma non lo voglio fare.
Allora, so che molte quando hanno visto questa splendida novità hanno lanciato un gridolino di gioia, io personalmente mi sono messa a ridere.
Si ok, non sono alla moda, non sono fashion, non sono all’avanguardia.
Vi chiedo solo un motivo, uno solo, per convincemi a farmi riempire di pelo le falagette.
Giuro che sto zitta e vi ascolto.
Giuro che prenderò in considerazione la vostra spiegazione.
Lo giuro.

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